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Degustazioni
Albana di Romagna Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Martedì 06 Luglio 2010 07:24

Le origini dei toponimi hanno qualcosa di affascinante. Spesso dietro al nome di una località si nascondono storie, trame ed aneddoti che permettono alla fantasia di correre nel tempo e di creare suggestioni ed atmosfere attraverso le quali entrare in maggior confidenza con quel luogo, aiutandoci a carpirne delle sfumature che, forse, alla pura e semplice osservazione sarebbero sfuggite.
Vuole, dunque, la leggenda che nel 435 d.C. Galla Placidia, bellissima figlia dell’imperatore Teodosio, giungesse a cavallo della sua giumenta bianca in un villaggio della Romagna. Gli abitanti l’accolsero con calda e generosa ospitalità, offrendole, in un boccale di terracotta, un dorato, delizioso e dolcissimo vino locale. “Non così umilmente ti si dovrebbe bere – esclamò la principessa, estasiata da tanta bontà – bensì berti in oro!”
Così, da questo squisito incontro tra un luogo, un vino ed una splendida principessa, sarebbe scaturito il nome di Bertinoro. Ma, come si diceva, ecco che subito la fantasia comincia a correre ed a farsi curiosa: svelato il luogo, ora vuole conoscere anche il vino. In questo caso, però, non occorre lanciarsi in azzardati voli pindarici, poiché la soluzione dell’enigma pare piuttosto facile e quasi scontata. Basta fare il classico “2+2”: un vino bianco, dolce e dorato, diffuso sui colli intorno a Bertinoro già in tempi remotissimi, non può che essere l’Albana!
Il vitigno albana, in effetti, sarebbe stato introdotto in terra romagnola fin dall’epoca romana. Secondo alcuni il nome richiamerebbe i Colli Albani, forse sua antica zona d’origine, ma più verosimilmente deriva dal latino “albus”, ovvero “bianco”. Qualcuno si spinge ad accostarlo all’elbling, una varietà un tempo assai presente nella valle del Reno, dove sarebbe stata introdotta, guarda caso, proprio dai Romani nel IV secolo d.C.
È, comunque, fuor di dubbio che l’Albana sia una vitigno ed un vino di antichissima tradizione, diffuso tra le province di Forlì-Cesena, Ravenna e Bologna lungo il cosiddetto “Spungone romagnolo”, la formazione calcarea ricca di fossili che si estende da Bertinoro fino all’Imolese. Già citato da Plinio il Vecchio, Plinio il Giovane, Catone e Varrone, la prima descrizione dell’Albana compare nel Liber Ruralium Commodorum, scritto tra XIII e XIV secolo da Pier de’ Crescenzi, che così ne dice: “Vino potente e di nobile sapore, benserbevole e mezzanamente sottile […] e questa maniera d’uva è avuta migliore a Forlì e in tutta la Romagna”. Un vino celebre, dunque, che nel 1987 ha avuto l’onore di ottenere, primo Bianco in Italia, l’ambito riconoscimento della Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (Docg).
A dispetto di questi fasti, tuttavia, non dobbiamo tacere come a lungo, nella “sanguigna” Romagna, l’Albana abbia vestito nella considerazione popolare i panni del vino “da donne”, che certo non poteva competere, quanto a carattere e focosità, con il ben più impulsivo ed energico Sangiovese, il solo vino che un uomo poteva permettersi di offrire agli amici senza rischiare di venire deriso e beffeggiato nella sua virilità. Se, però, in Romagna gli uomini sono veementi ed impetuosi, di certo le loro compagne non sono da meno; di indole passionale, forti e caparbie, le donne romagnole avranno pur accolto nella loro predilezione la soave grazia dell’Albana, ma di quel vino hanno poi fatto un vero cavallo di razza, forgiandone la personalità e indicando quale fosse la migliore strada per esprimerla compiutamente.
L’influsso femminile nella storia dell’Albana non si è, infatti, limitato agli elogi di Galla Placidia, o all’opera di promoter “ante litteram” profusa dalla contessa Silvia Pasolini-Zanelli, che ne fece apprezzare la gustose doti persino a Giosuè Carducci, ospite nella villa di Lizzano di Cesena. Un’altra donna doveva venire, la cui impresa si sarebbe rivelata ben più fondamentale per il vitigno romagnolo. Stiamo parlando, ovviamente, di Cristina Geminiani, che con la sua Fattoria Zerbina è oggi una delle più apprezzate produttrici italiane: è grazie a lei ed alla sua sensibilità se l’Albana è uscito dal malinconico limbo dei vini “tipici” per affacciarsi, sebbene ancora in pochi esemplari, nell’empireo dei grandi vini.
Autentica “fabbrica” di zucchero (i romagnoli la chiamano anche “barbabietola” per la sua attitudine ad accumularne una forte quantità negli acini), l’albana è un’uva dal grappolo di taglia da media a grande, generalmente lungo, cilindrico-conico, semplice o alato, spargolo o compatto a seconda del biotipo (sono cinque quelli più diffusi), con acino di media grandezza, sferoidale e con buccia spessa. Il suo profilo organolettico appare, tuttavia, piuttosto neutro, giocato su sensazioni fruttate abbastanza generiche, condite da una marcata acidità e da una tannicità decisamente avvertibile. Per rendere i vini aromaticamente complessi e davvero interessanti occorreva, quindi, qualche originale intuizione, giunta puntuale con Cristina Geminiani che, sfruttando al meglio le condizioni climatiche dell’annata 1987, comprese come quel “qualcosa in più”, quel tocco raffinato che avrebbe reso unico l’Albana, andasse ricercato nella muffa nobile. Lasciando che gli acini appassiti della sua albana si rivestissero di preziosa Botrytis Cinerea, Cristina riuscì a mitigare il carattere fortemente tannico del vitigno, aumentandone al contempo la personalità e sfruttandone la spiccata acidità per ottenere un vino di grande dolcezza, densità e carica glicerica, ma dotato anche di straordinaria freschezza, che conferisce leggerezza e pulizia al gusto.
Di nuovo una donna aveva, così, tracciato la strada ed in molti ne hanno seguito l’esempio, realizzando interessanti versioni muffate accanto a quelle semplicemente passite o secche. Anche queste ultime, inoltre, forse stimolate dal successo delle prime, ormai da alcuni anni esprimono in qualche caso una miglior consistenza ed importanza, arricchendo ed affinando la loro personalità con una maggiore attenzione per la maturità fenolica delle uve, talvolta praticando brevi macerazioni a freddo sulle bucce, oppure attraverso un passaggio più o meno lungo in legno. Certo c’è ancora molto da fare sulla via della consolidata eccellenza, ma saremmo già a buon punto se un più numeroso drappello di produttori si convincesse della buone potenzialità qualitative dell’Albana, lavorando con la giusta motivazione e magari dando anche una fisionomia più definita ad un vino nel cui Disciplinare Docg sono presenti tipologie in abbondanza (ben cinque: Secco, Amabile, Dolce, Passito e Passito Riserva), oltre alla trascurabile versione spumantizzata prevista dalla Doc Romagna Albana Spumante.

Fattoria Zerbina
Via Vicchio, 11 – Frazione Marzeno – Faenza (Ra)
Albana di Romagna Passito Scacco Matto 2006
Prodotto con uve attaccate dalla Botrytis Cinerea (la preziosa “muffa nobile”), regala un profumo intenso ed avvolgente, con dolci sensazioni di albicocca carezzate da una speziatura morbida e suadente, a cui il tocco di fungo e sottobosco aggiunge un’intrigante sfumatura. Sul palato la mielata impronta fruttata si distende dolcissima, densa e morbida, stemperata da un’acidità vibrante e da un fresco accenno d’agrume candito. Scacco Matto unisce classe, eleganza e seduzione, proponendosi come l’Albana più prestigioso ed insieme come il miglior muffato italiano.

Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura e l’Ambiente – Persolino
Via Firenze, 194 – Faenza (Ra)
Albana di Romagna Passito Ultimo Giorno di Scuola 2005
Un Passito dalle calde sfumature ambrate, che si apre su note di frutta candita e miele condite da confortevoli profumi di vaniglia, spezie, nocciole e mandorle tostate. Le sensazioni morbide ritornano con buona corrispondenza sul palato, dove il gusto si carica di cremosi ricordi di pasticceria; la piacevole vena acida rende fresco ed invitante il sorso, ripulendo il palato e lasciando agio agli aromi fruttati di esprimersi con avvolgente intensità.

Stefano Ferrucci
Via Casolana, 3045/2 – Castel Bolognese (Ra)
Albana di Romagna Passito Domus Aurea 2007
Mele cotogne, albicocche essiccate ed una lievissima e deliziosa nota di nocino introducono un passito dalla speziatura ampia, con ricordi di cannella, un pizzico di caramello e persino un leggero accenno di anice. Il gusto è dolcissimo, morbido ed avvolgente; si allunga in una persistenza ricca di suggestioni fruttate ed intessuta di viva acidità.

Fattoria Monticino Rosso
Via Montecatone, 10 – Frazione Piratello – Imola (Bo)
Albana di Romagna Passito 2006
Dorato e brillante nelle sue sfumature ambrate, sfodera al naso una personalità variegata, con decise sensazioni fruttate e floreali striate da piacevoli venature terrose, quasi di humus, che danno profondità e calore. Sul palato è denso, consistente, molto dolce e ricco di morbida glicerina, che esalta la cremosa dolcezza e trova vivace spunto in un sottilissimo accenno minerale.

Tre Monti
Via Lola, 3 – Frazione Bergullo – Imola (Bo)
Albana di Romagna Secco Vigna Rocca 2008
Davvero consistente la nota fruttata, che si offre nitida ed intensa accompagnata da una fragrante sensazione floreale e da un leggerissimo tocco speziato. Al sorso mostra notevole struttura, sostenuta dall’acidità freschissima che regala integrità al frutto dolce e generoso, con netti ricordi di pesca e mela golden matura.

Poderi Morini
Via Gesuita, 4/b – Frazione Oriolo dei Fichi – Faenza (Ra)
Albana di Romagna Secco Sette Note 2008
Giallo paglierino con qualche sfumatura più calda, regala al naso una dolcissima carica fruttata, con le note di pesca e susina impreziosite da un morbido vezzo floreale. In bocca dimostra pregevole struttura, ben fruttata e scaldata da una leggera impressione speziata che poggia su una fragrante e sapida acidità.

Cantine Intesa
Via Provinciale Faentina, 46 – Modigliana (Fc)
Albana di Romagna Secco Spighea I Calanchi 2007
La nota fruttata si fa particolarmente ricca ed intensa, caricandosi persino di qualche sfumatura esotica ulteriormente confortata dal dolce tocco floreale di acacia. Al sorso è di nuovo ricco ed ampio, riscaldato da una lieve inflessione tostata e di vaniglia che ne sottolinea la buona struttura, trovando equilibrato e piacevole contrasto nell’acidità ed in una stuzzicante sensazione tattile, appena accennata, lieve e sottilissima.

Campodelsole
Via Cellaimo, 850 – Bertinoro (Fc)
Albana di Romagna Secco Selva 2008
Apre su un delicato accenno floreale che ricorda il biancospino, subito affiancato dalla matura e fragrante impronta fruttata. Sul palato è caldo ed insieme succoso, con note di pera e mela insaporite da una sfumatura quasi minerale, che si unisce all’acidità e si risolve in una sensazione fresca ed equilibrata.

Di Marco Magnoli
Seminario Permanente Luigi Veronelli 

 

 
Pallagrello, raffinata uva in bianco e nero Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Martedì 20 Aprile 2010 10:38

Contrariamente a quanto ci è stato tramandato da certa retorica risorgimentale e postunitaria, probabilmente i Borbone di Napoli non furono poi sovrani così beceri e poco illuminati, come del resto non lo furono molte altre case regnanti che la storia ha visto sconfitte. Sicuramente ebbero a cuore le ricchezze naturali del loro Regno – spesso in modo molto più efficace e convinto di quanto in qualche caso non accada nei nostri “democratici” tempi – e contribuirono a valorizzarne l’economia agricola insieme alla varietà e qualità dei suoi prodotti.
Un’attenzione particolare venne riservata dai sovrani alla viticoltura, come è ovvio in una regione che fu tra le prime a vedere la colonizzazione greca (e con essa l’introduzione di nuove varietà e tecniche) e che si pose al confine tra l’influenza ellenica ed etrusca, le due civiltà che hanno più fortemente plasmato le tradizioni viti-enologiche della nostra penisola.

Poco a nord della Reggia di Caserta, nel Real Sito di San Leucio, compreso tra il Belvedere e il Monte San Silvestro, proprio Ferdinando IV di Borbone fece impiantare una delle più suggestive collezioni dei migliori vitigni presenti nel Regno delle Due Sicilie. Il vigneto prese il nome di Vigna del Ventaglio per via della sua caratteristica morfologia, che, come si legge in una descrizione del 1826, consisteva in “un semicerchio diviso in dieci raggi. Ciascun raggio, che parte dal centro, ov’è il piccolo cancello d’ingresso, contiene viti d’uve di diversa specie, contrassegnate da lapidi in travertino”. Il quarto ed il quinto raggio erano occupati da due varietà originarie del Casertano, zona in cui all’epoca erano molto coltivate ed apprezzate: il Piedimonte Rosso ed il Piedimonte Bianco, nome tratto dal comune ove risultavano più diffuse. Tali vitigni davano vini talmente buoni, che la corte borbonica li elesse a bevande ufficiali delle cene e dei banchetti reali. Lo stesso Ferdinando IV era un convinto estimatore, in particolare, delle virtù del Piedimonte Bianco, tanto che ne fece piantare una vigna in località Ponticello interdicendone il passaggio a chicchessia, gelosissimo della qualità dei suoi grappoli.

Piedimonte Bianco e Rosso, conosciuti un tempo anche col sinonimo “u pallarell” e oggi noti come “Pallagrello Bianco” e “Pallagrello Rosso”, ai primi del Novecento subirono purtroppo la sorte di numerosi altri vitigni autoctoni, falcidiati da oidio e fillossera e quasi completamente cancellati dalla decadenza socio-economica della regione. Ne sopravvissero pochi ceppi mescolati tra i vigneti dell’antica Terra di Lavoro, perlopiù confusi con la Coda di Volpe o con alcuni cloni di Aglianico. Si è dovuto attendere fino agli anni Novanta del secolo appena trascorso perché pochi appassionati cultori della tradizione eno-gastronomica campana, tra i quali un ruolo si spicco hanno avuto gli avvocati Mancini e Barletta (che ora hanno fatto della loro passione un’autentica professione, divenendo stimati vignaioli), riscoprissero le doti dei due Pallagrello insieme a quelle di un altro antico vitigno dimenticato, il Casavecchia (al quale, magari, dedicheremo una successiva puntata della nostra rubrica).
Fu così che i due vitigni fratelli, bianco e nero, trovarono nuovi spazi e nuove attenzioni nei vigneti sparsi sulle Colline Caiatine, in particolare nel territorio di Caiazzo, Castel Campagnano, Castel di Sasso, Pontelatone, Piedimonte Matese, S. Angelo d’Alife, Alvignano, Alvignanello e Ruviano, loro antica culla e patria d’origine compresa tra i massicci del Taburno e del Matese. Il percorso di recupero e rivalorizzazione non è stato, però, semplice, poiché nel frattempo i vitigni, ormai scaduti nel limbo dei “c’era una volta”, non erano stati ricompresi nel Registro Nazionale delle uve da vino e così si è dovuto percorre tutto l’iter procedurale necessario all’iscrizione nel Registro medesimo e, in seguito, all’introduzione delle due uve, come tipologie monovitigno, nel disciplinare Igt Terre del Volturno.

Tutto ciò non è stato privo di spiacevoli contrattempi, tra i quali la seccatura, patita da qualche produttore, di vedersi comminare multe dalla Repressione Frodi perché reo di aver messo in commercio vini recanti in etichetta il nome “Pallagrello” quando, per i consueti ritardi burocratici, ancora non era stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la necessaria modifica del disciplinare, per altro all’epoca dei fatti (siamo nel 2008) già recepita dal Ministero. Come dire: oltre al danno pure la beffa di venir trattati alla stregua di volgari sofisticatori, quando in realtà i “rei” si erano semplicemente macchiati della “gravissima” colpa di impegnarsi con notevoli sforzi e sacrifici per la reintroduzione di due eccezionali vitigni, un recupero che ha inoltre portato con sé come positiva conseguenza la valorizzazione di un’area poco conosciuta, finalmente protagonista sui palcoscenici che contano ed assurta a posizioni di eccellenza a fianco di ben più blasonate zone di produzione. Ma tant’è, questo è il nostro Paese, che spesso sembra fare del masochismo e della cattiva gestione della propria immagine la sua unica dissoluta “ratio agendi”.

Per fortuna resta l’encomiabile opera dei vignaioli saggi e generosi, che in un tempo tutto sommato piuttosto breve sono riusciti a dimostrare quale incredibile patrimonio qualitativo rischiasse di andare perduto insieme al Pallagrello Nero ed al Pallagrello Bianco. Luigi Moio, uno dei primi illustri enologi e studiosi ad occuparsi dei due vitigni dopo la riscoperta, ne ha delineato le caratteristiche, riscontrando come sia possibile ottenere da entrambi vini di grande interesse.
l Pallagrello Bianco presenta, infatti, peculiarità tali da renderlo idoneo sia ad una fermentazione e maturazione in ambiente neutro (acciaio), cui conseguono vini dai fragranti profumi fruttati e floreali, con gusto equilibrato e discreta persistenza aromatica, sia ad una vinificazione in botti di legno più o meno grandi, che regala un prodotto più ricco e complesso, con un profilo olfattivo ampliato da note mielate e di frutta tropicale ed un gusto più morbido e speziato.
l Pallagrello Nero, invece, pur senza raggiungere la complessità del corredo polifenolico dell’Aglianico, è comunque in grado di offrire un vino dal carattere ricco e deciso, con note aromatiche di frutti di bosco, spezie vivaci, tabacco ed una tannicità vigorosa ma, se ben matura, capace di avvolgere il palato con una trama tannica fitta e serrata. Non resta, ora, che assaggiare qualcuno di questi campioni dalla recente riscoperta, rimanendo – ne siamo sicuri – inevitabilmente colpiti dall’originale personalità di due vitigni fortemente caratterizzati dal loro legame con il territorio d’origine, ennesima riprova di come, con un po’ di spirito d’iniziativa e di voglia di rischiare investendo sui nostri vitigni da parte dei produttori, con una maggiore attenzione da parte delle istituzioni e con un pizzico di curiosità in più da parte dei consumatori, la viticoltura italiana non abbia proprio nulla da invidiare a nessuno e possegga tutte le potenzialità – territoriali, varietali ed umane – per trovare con le proprie forze la miglior via per differenziarsi senza perdersi nel mare dell’omologazione.

Terre del Principe
Località Squille – Contrada Mascioni – Castel Campagnano (Ce)

Le Sèrole Terre del Volturno Pallagrello Bianco 2008
Un Pallagrello Bianco ricco fin dal colore, che con i suoi caldi riflessi dorati prelude ad un profumo intessuto da affascinanti impressioni di frutti tropicali, glicine e gelsomino, avvolte in una speziatura dalle morbide cadenze e piacevolmente integrata da una leggera nota ammandorlata. Sul palato ripropone il frutto dolce e maturo accompagnato da una confortevole sfumatura tostata e vitalizzato da una trama di spezie fitta e dinamica, che trova perfetto accordo con la fragrante acidità e l’elegante tocco minerale.

Ambruco Terre del Volturno Pallagrello Nero 2006
Rosso rubino carico e fitto, Ambruco è un vino che dimostra tutte le potenzialità qualitative del Pallagrello Nero con il suo profilo olfattivo intenso, ricco di sensazioni di dolcissimi frutti di bosco impreziosite da una speziatura ampia ed articolata, dove i ricordi di pepe e chiodo di garofano si fondono con la confortevole sfumatura di tabacco per chiudere su una preziosa suggestione balsamica. In bocca è denso e maturo, eppure regala beva piacevolissima grazie ad una tannicità magistralmente tessuta che stuzzica il frutto insieme all’acidità e ad un intrigante accenno di fresco sottobosco.

Castello Ducale
Via Chiesa, 35 – Castel Campagnano (Ce)

Pallagrello del Ventaglio Terre del Volturno 2008
Colore giallo paglierino seguito da fragranti profumi di frutti maturi e fiori, che si fondono allietati da un lievissimo accenno di vaniglia e miele. In bocca sfoggia un carattere pieno ed equilibrato, dove la dolce e calda impressione fruttata trova perfetto bilanciamento in un’acidità dal piglio agile e fresco.

Terre del Volturno Pallagrello Nero 2007
Sfoggia un brillante e luminoso color rubino, cui seguono al naso note di frutti di bosco in confettura condite da una speziatura piuttosto viva che piano sfuma su lievi sensazioni balsamiche. Sul palato dimostra struttura ampia e robusta, con sensazioni fruttate ben mature rinvigorite dalle spezie, dalla fragrante acidità e da una trama tannica fitta e ben distesa.

Fattoria Selvanova
Località Squille – Castel Campagnano (Ce)

Acquavigna Terre del Volturno Bianco 2006
Il brillante colore giallo paglierino prelude ad un profumo ancora ricco di toni freschi e vivaci, con pesca ed albicocca rese più fragranti da deliziosi accenni di fiori bianchi ed agrumi. In bocca tornano le impressioni di buona freschezza, che accompagnano il frutto ben maturo stimolando il palato con la vitale acidità ed una mineralità assai sapida.

Vestini Campagnano
Via Barraccone, 5 – Frazione Santi Giovanni e Paolo – Caiazzo (Ce)
Le Ortole Terre del Volturno Pallagrello Bianco 2006
Ha bel colore dai riflessi dorati, che si traducono al naso in caldi profumi di frutta esotica e spezie dolci rinfrescati da un fragrante vezzo floreale. Il sorso è ricco ed appagante; si declina in una ricca teoria di sapori fruttati, mielati e lievemente vanigliati, sostenuti da una vena acida freschissima e vivace.

Terre del Volturno Pallagrello Nero 2005
Rosso rubino intenso, si offre al naso con mature sensazioni di ribes e mora avvolte da un’intrigante impressione di radice e sottobosco. Sul palato dimostra notevole struttura, costruita intorno ad una tannicità forte e vigorosa, ma finemente tessuta, che fornisce opportuno sostegno ad un complesso e dinamico insieme di stimoli fruttati e speziati.

Alois
Via Ragazzano – Località Audelino – Pontelatone (Ce)

Caiatì Campania 2008
Colore paglierino luminoso venato di riflessi dorati, regala al naso intense sensazioni di ananas, susina ed albicocca impreziosite da un delicato vezzo floreale di gelsomino e fiori di campo. Al sorso colpisce l’integrità delle note fruttate, che si esprimono con fragrante maturità confortate da una leggera sfumatura di nocciola e tenute vive dall’acidità spigliata, con piacevoli cadenze agrumate.

Cunto Campania 2007
Vino dalla tonalità rubino profonda, accarezza le narici con dolci profumi di frutta matura, che ricordano l’amarena e la ciliegia in confettura, avvolti da ben calibrati accenni tostati di caffè e cacao seguiti da un’intrigante sfumatura balsamica, quasi di resina e incenso. Sul palato l’immediata dolcezza del frutto è subito ripresa da una tannicità fitta e robusta, che dona volume al gusto e si fonde con gli stuzzicanti tocchi speziati e minerali.

Viticoltori del Casavecchia
Via Madonna delle Grazie, 28 – Pontelatone (Ce)

Terre del Volturno Pallagrello Bianco 2007
Quello dei Viticoltori del Casavecchia è un Pallagrello Bianco che gioca la carta della fragranza e della freschezza fin dal brillante e luminoso colore paglierino, cui segue un’aromaticità schietta e ben definita costruita sulle note floreali di biancospino e ginestra rimpolpate da succose sensazioni di mela, pesca, pera e da una speziatura persino piccantina. Sul palato ripropone il frutto dolce ed integro, pungolato da un’acidità dal fresco gusto agrumato ed arricchita da continui ritorni minerali.

Di Marco Magnoli
Seminario Permanente Luigi Veronelli

 
Il Lugana Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Mercoledì 13 Gennaio 2010 15:47

Interamente dedicata a un vino bianco (pur coabitando con le Doc Garda e San Martino della Battaglia), questa denominazione (1967) si sviluppa nella fascia morenica a sud del Lago di Garda, tra Desenzano e Peschiera, a cavallo di due regioni (Lombardia e Veneto) e due province (Brescia e Verona). La parte vitata più consistente è nella parte bresciana, soprattutto nel triangolo compreso tra Desenzano a ovest, Sirmione a nord e Pozzolengo a sud, mentre la parte veronese - zona a ovest di Peschiera - detiene le quote più rilevanti dell’imbottigliato (e quindi del mercato). Ambedue i territori confinanti, al di là delle differenze interne, sono accomunati dallo stesso microclima, dalla stessa conformazione pianeggiante (interrotta da qualche lieve rilievo collinare - non più di 130 metri di altutidine - solo nella parte meridionale della parte bresciana, tra San Martino della Battaglia, sottozona di grande fascino e interesse, e Pozzolengo) e dalla stessa natura dei terreni, fondamentalmente argillosi, i cui compatti sedimenti e stratificazioni risalgono all’ultima era post-glaciale. La viticoltura ha qui origini antichissime (si sprecano le citazioni storiche, da Virginio a Plinio, fino agli «squisiti Trebulani» cantati da Andrea Bacci nel 1596) e qui ha trovato fertile habitat un particolare biotipo di trebbiano chiamato turbiana (o trebbiano di Lugana), che differisce geneticamente dagli altri suoi simili, distinguendosi per una maggiore struttura e longevità (medio, non lungo, periodo), e che oggi è vinificato in purezza dalla maggior parte dei produttori, i quali fortunamente hanno sempre più abbandonato l’integrazione dello chardonnay prevista dal disciplinare. Il bianco che ne esce è tutto da scoprire, e non solo per il prezzo vantaggioso: profuma di fiori di campo e agrumi, ha un’energia acida che conferisce freschezza e contrasto, gode di una sapidità minerale che garantisce vigore e tensione. Le versioni in acciaio traducono l’anima più verace della denominazione, ma non mancano anche alcune interessanti intepretazioni in legno. Piacevoli, ma non ancora all’altezza delle migliori bollicine nazionali, le versioni Spumante, più spesso proposte con il metodo Charmat anziché con quello classico della rifermentazione in bottiglia. La selezione delle aziende qui proposta è suddivisa nei due versanti (lombardo e veneto). Per decidere l’appartenenza di alcune cantine del territorio - anche importanti - che hanno vigneti in ambedue le province (come Ca’ dei Frati, Fraccaroli, Provenza) si è tenuto conto della sedeaziendale, così come sono presenti nella sezione lombarda le aziende della Valtenesi (Avanzi, Costaripa, San Giovanni) che hanno vigneti nella Doc ma vinificano sulla riva sinistra del lago. Parimenti presenti gli imbottigliatori fuori zona della parte veronese (Bertani, Montresor, Santa Sofia, Santi). Un vivo ringraziamento va al Consorzio Tutela del Lugana, che ha ospitato le degustazioni (in due sessioni: una estiva e l’altra autunnale) e organizzato le visite, con un particolare pensiero alla disponibilità di Carlo Veronese, preparatissimo direttore tecnico del Consorzio e profondo conoscitore della zona.

 

Versante lombardo

 

AVANZI FRATELLI (0365.551013; Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )

Lugana Superiore Sirmione Vigna Bragagna 2006 86/100

 

Produttori del Garda dal 1931, come recita lo slogan aziendale, la famiglia Avanzi conta su un patrimonio di oltre 70 ettari tra vigneti e oliveti e su una nuova cantina di vinificazione inaugurata nel 2007: collegata al corpo originario nella forma di una tradizionale cascina lombarda, dispone di un’ampia superficie, anche in spazi sotterranei (800 metri quadrati di tunnel e corridoi), e di moderne attrezzature. Il Lugana Vigna Bragagna, proveniente dall’omonimo appezzamento di Sirmione da viti più che ventennali, ben fotografa lo standard qualitativo della famiglia, che si muove su un piano di cura e sostanza: all’espressione floreale dei profumi corrisponde infatti un “controcampo” di polpa e sapore all’insegna della leggibilità varietale e della freschezza.

 

 

BULGARINI BRUNO (030.918224; info@vinibulgarini)

Lugana Luganino 2007 86/100

Lugana Superiore Ca’ Vaibò 2007 84/100


Lugana di collina quelli prodotti da Fausto Bulgarini nella sua cantina vicino a Pozzolengo, in località Vaibò, ma con profili (e conseguenti prestazioni) differenti tra loro. Se il Luganino convince per uno scintillante ritmo varietale (soprattutto di carattere floreale), il Superiore, infatti, non riesce sempre a temperare la surmaturazione delle uve in termini di rotondità fruttata, che

soffre invece di velature vegetali in fase di definizione aromatica.

 

 

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Alla scoperta del Carmignano Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Lunedì 14 Dicembre 2009 13:46

Piccola denominazione della Toscana, il Carmignano è stato protagonista di una straordinaria crescita, in termini di qualità e quantità, che ha avuto inizio negli anni Novanta. Nel corso di una quindicina d’anni gli ettari a vigneto sono passati da circa 100, praticamente la stessa estensione censita ai tempi di Cosimo III de’ Medici, agli attuali 200 di cui 150 destinati a doc e docg. Dai 2.000 ettolitri del 1999, la produzione ha superato nel 2007 i 7.000 ettolitri mentre lo scorso anno sono stati prodotti 5.000 ettolitri di Carmignano docg e 10.000 di Barco Reale. E’ cresciuto anche il numero dei produttori aderenti al Consorzio di produzione, presieduto da Serena Contini, (Tenuta di Capezzana) che oggi raccoglie 16 aziende, quasi triplicando la cifra dei soci fondatori.

La Storia
Come sottolineato in apertura il Carmignano è attualmente la più piccola docg registrata nel nostro Paese. Il Carmignano è comunque un vino che può vantare una grande storia, basti pensare che nel 1716 il granduca Cosimo III de’ Medici, decreta severe norme per la sua vendemmia, delimitandone la zona di produzione, primo esempio al mondo di denominazione di origine controllata. Il testo del disciplinare del 9 luglio 1998, che ha dato risposta alle esigenze del Consorzio dei vini di Carmignano modificando quello precedente del 20 ottobre 1990, individua come componenti del Carmignano docg, oltre al Cabernet Franc e/o Sauvignon, il Sangiovese (minimo al 50%), il Canaiolo nero da 0 al 20% (quest’ultimo oggi usato solo da pochi produttori), il Trebbiano Toscano, il Canaiolo bianco e Malvasia del Chianti, da soli o congiuntamente, fino a un massimo del 10%. Il disciplinare prevede inoltre che possono concorrere alla realizzazione di questo vino, per un altro 10%, vitigni a bacca rossa raccomandati o autorizzati dalla Provincia di Prato. Negli ultimi anni la tendenza è quella di non utilizzare il Trebbiano Toscano, il Canaiolo bianco e la Malvasia del Chianti sostituiti da vitigni quali il Merlot e il Sirah. Se il Carmignano docg necessita di due anni di invecchiamento, di cui uno in botti di rovere o castagno, le Riserve richiedono almeno tre anni, di cui due sempre in botte. Struttura, morbidezza, eleganza sono le caratteristiche principali di questi vini. Caratteristica principale di questi grandi rossi, che si prestano ad un lungo invecchiamento, è la presenza - fin dalle origini - tra i suoi componenti di una quantità variabile di Cabernet Franc. Per questo il Carmignano si differenzia in modo netto da tutti gli altri vini toscani. Si narra che i vitigni del Cabernet siano stati trapiantati a Carmignano  nel sedicesimo secolo per volere della regina di Francia, Caterina de’ Medici. Di fatto, l’”uva francesca” ovvero il nome con cui da sempre viene chiamato questo vitigno a Carmignano, è una chiara storpiatura dal francese che probabilmente ne indicava proprio la provenienza. L’obiettivo del Consorzio di Tutela dei Vini di Carmignano sarà nei prossimi anni di far conoscere e

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Lo Schioppettino dei Colli Orientali Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Martedì 13 Ottobre 2009 06:51

logoVitigno autoctono dei Colli Orientali del Friuli, lo schioppettino (o ribolla nera, o anche pòcalza) trova la sua culla d’elezione e di origine nel territorio di Prepotto, e segnatamente di Albana, ovvero in quella valle dello Judrio che segna il confine tra Colli Orientali e Collio, e tra Friuli e Slovenia. Non stupisce pertanto che sia stata recentemente riconosciuta dal disciplinare dei COF la sottozona “Schioppettino di Prepotto”, che «dovrà essere posto in commercio non prima del mese di settembre del secondo anno successivo alla vendemmia», dopo almeno 12 mesi di permanenza in botti di legno. La nuova sottozona potrà comparire in etichetta solo a partire dalla vendemmia 2008 e il suo rigoroso disciplinare è frutto del lavoro dell’Associazione Produttori dello Schioppettino di Prepotto (www.schioppettinodiprepotto.it), nata nel 2002 «con lo scopo di promuovere e realizzare studi volti a garantire la qualità e le caratteristiche

tipiche di questo vitigno».

Come ha sottolineato Giulio Ceschin, presidente dell’Associazione, durante la presentazione del discipolinare nel luglio scorso, il gruppo dell’Associazione (che conta ben 34 iscritti) è composto soprattutto da giovani vignaioli dalle piccole dimensioni aziendali: «La viticoltura è la principale fonte di sostentamento a Prepotto. Abbiamo dato vita a questa associazione proprio per aiutare anche coloro che producono pochissime bottiglie, per disegnare strategie comuni, in

grado di aprire nuovi sbocchi di mercato per tutti».

Lo schioppettino ha trovato nel terroir della valle dello Judrio caratteristiche pedo-climatiche ideali, Produttori Schioppettino di Prepotto dalla variabilità dei terreni (gli strati alluvionali del torrente, che alternano marne, arenarie e rocce calcaree, si sovrappongono alle argille) a un microclima favorevole per la maturazione delle uve, le cui escursioni termiche risultano determinanti per il corredo aromatico del vitigno, che esprime una spiccata sensazione fruttata (frutti di bosco) mista a una naturale componente speziata (pepe in primis) in grado di conferirgli carattere e sapore. Di vigorosa stoffa tannica, è un vino che acquisisce stimolati input terrosi con l’evoluzione. Nè gli manca talvolta quel sottofondo “marino” (note salmastre e iodate) in grado di aumentarne la cassa di risonanza aromatica. Insomma: meno “selvatico” e “rabbioso” del Refosco, meno tannico del Pignolo e meno angoloso del Tazzelenghe, è uno dei rossi più interessanti della regione, soprattutto se disciplinato in vigna (tende a produrre tanto) e interpretato in termini di naturalezza (anziché intervenendo a tutti i costi con

surmaturazioni e appassimenti).

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