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Contrariamente a quanto ci è stato tramandato da certa retorica risorgimentale e postunitaria, probabilmente i Borbone di Napoli non furono poi sovrani così beceri e poco illuminati, come del resto non lo furono molte altre case regnanti che la storia ha visto sconfitte. Sicuramente ebbero a cuore le ricchezze naturali del loro Regno – spesso in modo molto più efficace e convinto di quanto in qualche caso non accada nei nostri “democratici” tempi – e contribuirono a valorizzarne l’economia agricola insieme alla varietà e qualità dei suoi prodotti. Un’attenzione particolare venne riservata dai sovrani alla viticoltura, come è ovvio in una regione che fu tra le prime a vedere la colonizzazione greca (e con essa l’introduzione di nuove varietà e tecniche) e che si pose al confine tra l’influenza ellenica ed etrusca, le due civiltà che hanno più fortemente plasmato le tradizioni viti-enologiche della nostra penisola.
Poco a nord della Reggia di Caserta, nel Real Sito di San Leucio, compreso tra il Belvedere e il Monte San Silvestro, proprio Ferdinando IV di Borbone fece impiantare una delle più suggestive collezioni dei migliori vitigni presenti nel Regno delle Due Sicilie. Il vigneto prese il nome di Vigna del Ventaglio per via della sua caratteristica morfologia, che, come si legge in una descrizione del 1826, consisteva in “un semicerchio diviso in dieci raggi. Ciascun raggio, che parte dal centro, ov’è il piccolo cancello d’ingresso, contiene viti d’uve di diversa specie, contrassegnate da lapidi in travertino”. Il quarto ed il quinto raggio erano occupati da due varietà originarie del Casertano, zona in cui all’epoca erano molto coltivate ed apprezzate: il Piedimonte Rosso ed il Piedimonte Bianco, nome tratto dal comune ove risultavano più diffuse. Tali vitigni davano vini talmente buoni, che la corte borbonica li elesse a bevande ufficiali delle cene e dei banchetti reali. Lo stesso Ferdinando IV era un convinto estimatore, in particolare, delle virtù del Piedimonte Bianco, tanto che ne fece piantare una vigna in località Ponticello interdicendone il passaggio a chicchessia, gelosissimo della qualità dei suoi grappoli.
Piedimonte Bianco e Rosso, conosciuti un tempo anche col sinonimo “u pallarell” e oggi noti come “Pallagrello Bianco” e “Pallagrello Rosso”, ai primi del Novecento subirono purtroppo la sorte di numerosi altri vitigni autoctoni, falcidiati da oidio e fillossera e quasi completamente cancellati dalla decadenza socio-economica della regione. Ne sopravvissero pochi ceppi mescolati tra i vigneti dell’antica Terra di Lavoro, perlopiù confusi con la Coda di Volpe o con alcuni cloni di Aglianico. Si è dovuto attendere fino agli anni Novanta del secolo appena trascorso perché pochi appassionati cultori della tradizione eno-gastronomica campana, tra i quali un ruolo si spicco hanno avuto gli avvocati Mancini e Barletta (che ora hanno fatto della loro passione un’autentica professione, divenendo stimati vignaioli), riscoprissero le doti dei due Pallagrello insieme a quelle di un altro antico vitigno dimenticato, il Casavecchia (al quale, magari, dedicheremo una successiva puntata della nostra rubrica). Fu così che i due vitigni fratelli, bianco e nero, trovarono nuovi spazi e nuove attenzioni nei vigneti sparsi sulle Colline Caiatine, in particolare nel territorio di Caiazzo, Castel Campagnano, Castel di Sasso, Pontelatone, Piedimonte Matese, S. Angelo d’Alife, Alvignano, Alvignanello e Ruviano, loro antica culla e patria d’origine compresa tra i massicci del Taburno e del Matese. Il percorso di recupero e rivalorizzazione non è stato, però, semplice, poiché nel frattempo i vitigni, ormai scaduti nel limbo dei “c’era una volta”, non erano stati ricompresi nel Registro Nazionale delle uve da vino e così si è dovuto percorre tutto l’iter procedurale necessario all’iscrizione nel Registro medesimo e, in seguito, all’introduzione delle due uve, come tipologie monovitigno, nel disciplinare Igt Terre del Volturno.
Tutto ciò non è stato privo di spiacevoli contrattempi, tra i quali la seccatura, patita da qualche produttore, di vedersi comminare multe dalla Repressione Frodi perché reo di aver messo in commercio vini recanti in etichetta il nome “Pallagrello” quando, per i consueti ritardi burocratici, ancora non era stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la necessaria modifica del disciplinare, per altro all’epoca dei fatti (siamo nel 2008) già recepita dal Ministero. Come dire: oltre al danno pure la beffa di venir trattati alla stregua di volgari sofisticatori, quando in realtà i “rei” si erano semplicemente macchiati della “gravissima” colpa di impegnarsi con notevoli sforzi e sacrifici per la reintroduzione di due eccezionali vitigni, un recupero che ha inoltre portato con sé come positiva conseguenza la valorizzazione di un’area poco conosciuta, finalmente protagonista sui palcoscenici che contano ed assurta a posizioni di eccellenza a fianco di ben più blasonate zone di produzione. Ma tant’è, questo è il nostro Paese, che spesso sembra fare del masochismo e della cattiva gestione della propria immagine la sua unica dissoluta “ratio agendi”.
Per fortuna resta l’encomiabile opera dei vignaioli saggi e generosi, che in un tempo tutto sommato piuttosto breve sono riusciti a dimostrare quale incredibile patrimonio qualitativo rischiasse di andare perduto insieme al Pallagrello Nero ed al Pallagrello Bianco. Luigi Moio, uno dei primi illustri enologi e studiosi ad occuparsi dei due vitigni dopo la riscoperta, ne ha delineato le caratteristiche, riscontrando come sia possibile ottenere da entrambi vini di grande interesse. l Pallagrello Bianco presenta, infatti, peculiarità tali da renderlo idoneo sia ad una fermentazione e maturazione in ambiente neutro (acciaio), cui conseguono vini dai fragranti profumi fruttati e floreali, con gusto equilibrato e discreta persistenza aromatica, sia ad una vinificazione in botti di legno più o meno grandi, che regala un prodotto più ricco e complesso, con un profilo olfattivo ampliato da note mielate e di frutta tropicale ed un gusto più morbido e speziato. l Pallagrello Nero, invece, pur senza raggiungere la complessità del corredo polifenolico dell’Aglianico, è comunque in grado di offrire un vino dal carattere ricco e deciso, con note aromatiche di frutti di bosco, spezie vivaci, tabacco ed una tannicità vigorosa ma, se ben matura, capace di avvolgere il palato con una trama tannica fitta e serrata. Non resta, ora, che assaggiare qualcuno di questi campioni dalla recente riscoperta, rimanendo – ne siamo sicuri – inevitabilmente colpiti dall’originale personalità di due vitigni fortemente caratterizzati dal loro legame con il territorio d’origine, ennesima riprova di come, con un po’ di spirito d’iniziativa e di voglia di rischiare investendo sui nostri vitigni da parte dei produttori, con una maggiore attenzione da parte delle istituzioni e con un pizzico di curiosità in più da parte dei consumatori, la viticoltura italiana non abbia proprio nulla da invidiare a nessuno e possegga tutte le potenzialità – territoriali, varietali ed umane – per trovare con le proprie forze la miglior via per differenziarsi senza perdersi nel mare dell’omologazione.
Terre del Principe Località Squille – Contrada Mascioni – Castel Campagnano (Ce)
Le Sèrole Terre del Volturno Pallagrello Bianco 2008 Un Pallagrello Bianco ricco fin dal colore, che con i suoi caldi riflessi dorati prelude ad un profumo intessuto da affascinanti impressioni di frutti tropicali, glicine e gelsomino, avvolte in una speziatura dalle morbide cadenze e piacevolmente integrata da una leggera nota ammandorlata. Sul palato ripropone il frutto dolce e maturo accompagnato da una confortevole sfumatura tostata e vitalizzato da una trama di spezie fitta e dinamica, che trova perfetto accordo con la fragrante acidità e l’elegante tocco minerale.
Ambruco Terre del Volturno Pallagrello Nero 2006 Rosso rubino carico e fitto, Ambruco è un vino che dimostra tutte le potenzialità qualitative del Pallagrello Nero con il suo profilo olfattivo intenso, ricco di sensazioni di dolcissimi frutti di bosco impreziosite da una speziatura ampia ed articolata, dove i ricordi di pepe e chiodo di garofano si fondono con la confortevole sfumatura di tabacco per chiudere su una preziosa suggestione balsamica. In bocca è denso e maturo, eppure regala beva piacevolissima grazie ad una tannicità magistralmente tessuta che stuzzica il frutto insieme all’acidità e ad un intrigante accenno di fresco sottobosco.
Castello Ducale Via Chiesa, 35 – Castel Campagnano (Ce)
Pallagrello del Ventaglio Terre del Volturno 2008 Colore giallo paglierino seguito da fragranti profumi di frutti maturi e fiori, che si fondono allietati da un lievissimo accenno di vaniglia e miele. In bocca sfoggia un carattere pieno ed equilibrato, dove la dolce e calda impressione fruttata trova perfetto bilanciamento in un’acidità dal piglio agile e fresco.
Terre del Volturno Pallagrello Nero 2007 Sfoggia un brillante e luminoso color rubino, cui seguono al naso note di frutti di bosco in confettura condite da una speziatura piuttosto viva che piano sfuma su lievi sensazioni balsamiche. Sul palato dimostra struttura ampia e robusta, con sensazioni fruttate ben mature rinvigorite dalle spezie, dalla fragrante acidità e da una trama tannica fitta e ben distesa.
Fattoria Selvanova Località Squille – Castel Campagnano (Ce)
Acquavigna Terre del Volturno Bianco 2006 Il brillante colore giallo paglierino prelude ad un profumo ancora ricco di toni freschi e vivaci, con pesca ed albicocca rese più fragranti da deliziosi accenni di fiori bianchi ed agrumi. In bocca tornano le impressioni di buona freschezza, che accompagnano il frutto ben maturo stimolando il palato con la vitale acidità ed una mineralità assai sapida.
Vestini Campagnano Via Barraccone, 5 – Frazione Santi Giovanni e Paolo – Caiazzo (Ce) Le Ortole Terre del Volturno Pallagrello Bianco 2006 Ha bel colore dai riflessi dorati, che si traducono al naso in caldi profumi di frutta esotica e spezie dolci rinfrescati da un fragrante vezzo floreale. Il sorso è ricco ed appagante; si declina in una ricca teoria di sapori fruttati, mielati e lievemente vanigliati, sostenuti da una vena acida freschissima e vivace.
Terre del Volturno Pallagrello Nero 2005 Rosso rubino intenso, si offre al naso con mature sensazioni di ribes e mora avvolte da un’intrigante impressione di radice e sottobosco. Sul palato dimostra notevole struttura, costruita intorno ad una tannicità forte e vigorosa, ma finemente tessuta, che fornisce opportuno sostegno ad un complesso e dinamico insieme di stimoli fruttati e speziati.
Alois Via Ragazzano – Località Audelino – Pontelatone (Ce)
Caiatì Campania 2008 Colore paglierino luminoso venato di riflessi dorati, regala al naso intense sensazioni di ananas, susina ed albicocca impreziosite da un delicato vezzo floreale di gelsomino e fiori di campo. Al sorso colpisce l’integrità delle note fruttate, che si esprimono con fragrante maturità confortate da una leggera sfumatura di nocciola e tenute vive dall’acidità spigliata, con piacevoli cadenze agrumate.
Cunto Campania 2007 Vino dalla tonalità rubino profonda, accarezza le narici con dolci profumi di frutta matura, che ricordano l’amarena e la ciliegia in confettura, avvolti da ben calibrati accenni tostati di caffè e cacao seguiti da un’intrigante sfumatura balsamica, quasi di resina e incenso. Sul palato l’immediata dolcezza del frutto è subito ripresa da una tannicità fitta e robusta, che dona volume al gusto e si fonde con gli stuzzicanti tocchi speziati e minerali.
Viticoltori del Casavecchia Via Madonna delle Grazie, 28 – Pontelatone (Ce)
Terre del Volturno Pallagrello Bianco 2007 Quello dei Viticoltori del Casavecchia è un Pallagrello Bianco che gioca la carta della fragranza e della freschezza fin dal brillante e luminoso colore paglierino, cui segue un’aromaticità schietta e ben definita costruita sulle note floreali di biancospino e ginestra rimpolpate da succose sensazioni di mela, pesca, pera e da una speziatura persino piccantina. Sul palato ripropone il frutto dolce ed integro, pungolato da un’acidità dal fresco gusto agrumato ed arricchita da continui ritorni minerali.
Di Marco Magnoli Seminario Permanente Luigi Veronelli |