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Quel tocco sapido e marino. Il dolcetto a Ovada Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Lunedì 02 Settembre 2013 10:40

di Alessandro Franceschini


«Tutte le persiane delle case rivolte a Sud, sono costantemente da verniciare. Quindi, le brezze che provengono dal mare, qui, si sentono veramente». Più produttori, tra quelli che abbiamo incontrato durante le nostre visite sul territorio o presso l’Enoteca Regionale, a Ovada, nel tratteggiarci specificità e caratteristiche di questo territorio che guarda al mare ligure con la stessa intensità con il quale si sente intimamente piemontese, ci hanno spesso fatto presente come la vicinanza con il mare non sia solo un fattore turistico da queste parti. Se la vicina Liguria, infatti, anche commercialmente, è stata, e in parte lo è tuttora, uno sbocco importante per la diffusione dei vini di questo comprensorio, la sua influenza climatica non lo è da meno.
Ma quella finezza, quei tratti succosamente sapidi e a tratti marini, che le migliori espressioni del dolcetto di Ovada spesso donano, devono la loro specificità soprattutto alla particolarità dei terreni qui presenti: si tratta delle cosiddette “Marne di Cèssole”, un’alternanza arenaceo-marnosa con intercalazione di calcari. Terre bianche. Ciò rende il dolcetto di Ovada, non solo caratterizzato dalle note più classiche che il vitigno si porta in dote, dal frutto di bella espressione passando per quel tocco ammandorlato così tipico e che lo connota un po’ ovunque in Piemonte, ma anche intriso di sfumature minerali e da quel finale sapido, che in alcune versione assume connotazioni quasi “salate” e marine. Ma la variabilità dei terreni, la non uniformità, fa sì che siano qui presenti volti diversi del dolcetto: se ancora siamo lontani da una mappa che identifichi peculiarità appartenenti solo a determinate vigne e cru, certamente l’alternanza di zone di sole terre bianche con altre dove l’argilla si mescola o diventa più preponderante, cambia spesso le carte in tavola e mostra il lato più carnoso, fruttato e a tratti potente del dolcetto ovadese.
L’uva è sempre lei, il dolcetto: delicata, non facile da domare in vigna, bisognosa di attenzioni in cantina, a partire dai travasi per evitare il rischio di riduzioni indesiderate, ma allo stesso tempo senza eccedere per non incorrere in quello opposto delle ossidazioni, dal tannino vivo e duro, da maneggiare con cura, soprattutto se si opta per la maturazione in legni piccoli. Ne abbiamo già parlato proprio su questa pagine quando ci siamo occupati di un altro grande territorio intimamente legato al dolcetto, vale a dire quello langarolo di Dogliani. Non a caso, spesso, da queste parti, viene citato dai produttori, quasi per legarsi a pregi e problematiche in parte anche comuni. 
Il raggiungimento della Doc è antico, datato 1972, mentre il passaggio al gradino superiore della Docg, per la versione superiore, arriva nel 2008. In questo secondo gruppo di vini troviamo certamente le versioni che più lasciano il segno e marcano una differenza che lascia emergere con più nitidezza i tratti peculiari del terroir ovadase. Si tratta, in realtà, di una piccola enclave, se rapportata ai numeri complessivi della zona: 42 ettari per circa 70 mila bottiglie complessive all’anno formano un piccolo ma significativo gruppo di vini da indagare con attenzione. 

«Il vitigno è lo stesso del Dolcetto delle Langhe, e il vino lo si distingue da maggior profumo, maggiore gradazione, maggiore densità e una maggiore possibilità di invecchiamento». E ancora: “Non ha veramente nulla del Dolcetto delle Langhe. Mi piace moltissimo, lo trovo un po’ duro, ma stranamente vivo e gustoso”. C’è quasi tutto in questi passi tratti dal “Terzo viaggio, Autunno 1975” tratto dall’inarrivabile “Vino al Vino” di Mario Soldati. Eppure, nonostante già quasi 40 anni fa si sottolineasse, non solo la diversità, ma anche la longevità del dolcetto di Ovada, poi se ne sono sostanzialmente perse le tracce, sia tra il grande pubblico che nella stampa di settore. Per molti cultori della zona, nonché enofili incalliti, c’è sempre stato un solo nome, Pino Ratto, e due vigne, Gli Scarsi e Le Olive, per decantare le lodi e la possibilità di sfidare il tempo da parte del dolcetto di queste terre. Immortalato, non a caso, anche da Mario Soldato, con l’immagine della sua Dyane rossa mentre lo va ad accogliere nel centro del paese.
La nascita della Docg, se vogliamo, oltre che per l’esigenza di identificare ancor meglio il dolcetto, che ha ben 11 denominazioni che lo rappresentano in Piemonte, con Ovada, nacque anche per la volontà di dare maggior risalto proprio a questa caratteristica, vale a dire la possibilità di evolvere nel tempo, che così poco si confà con l’immaginario collettivo di questo vitigno, che lo vuole solo giovane, spensierato e di pronta beva. Con lo stesso intento, nel 2011, nasce anche “è Ovada”, un piccolo consorzio che mette insieme 5 aziende che vogliono promuove le differenze del dolcetto locale.
Il percorso della degustazione che segue, che parte dai millesimi del 2009 fino a giungere al 1998, cerca una prima indagine conoscitiva all’interno di questo concetto, quello della longevità, che tanto marca la differenza tra l’Ovada Superiore e il resto della tipologia. 

Azienda Agricola Facchino - Ovada Superiore Carasoi 2009 - Rocca Grimalda

Siamo nel comune che ha una delle estensioni vitate più grandi del comprensorio ovadese, con circa 250 ettari dedicati al dolcetto. Intenso, con un classico classico color rubino con sfumature ancora violacee che ne evidenzia la gioventù, ha nel frutto, di ciliegia e amarena di bella maturità, il tratto espressivo preminente. Al palato mostra ancora tratti scalpitanti, specie nella sua trama tannica vigorosa. Ma è il timbro sapido, quasi “salato”, che caratterizza un finale asciutto, quasi severo, che dona ottime prospettive di una futura evoluzione positiva. 

I Pola - Ovada Superiore Orchestra 2009 - Cremolino
Sebbene un tempo il comune di Cremolino ospitasse molte più vigne, ancor oggi viene annoverata tra le zone storiche dove dimora il dolcetto. Ne è ottimo custode l’azienda I Pola, attiva dagli anni ’60, ma che dal 2010 ha assunto una nuova dimensione attraverso il cambio societario, ora composto da Alessandro Rivetto, Alessandro Bonelli, Angelo Merlo e Carlo Ricagni. Sguardo, quindi, rivolto non solo agli 11 ettari del comprensorio di Ovada, ma anche a quelli di Serralunga d’Alba nel cuore delle Langhe del Barolo. Ricco e carnoso, l’Orchestra mostra il lato potente, a tratti esuberante, del dolcetto, con note di amarena matura. Al palato il tratto sapido è presente, ma meno preponderante rispetto ad altre versioni e lascia spazio, invece, ad una trama tannica di grande personalità, quasi irruente.

Alemanni - Dolcetto di Ovada Superiore Ansé 2007 - Tagliolo Monferrato

Il ruolo di Annamaria Alemanni per il conseguimento della docg nel 2008 è sicuramente stato decisivo e fondamentale. Conduce con il marito Claudio la sua piccola azienda su terreni bianchi e calcarei: poco più di tre ettari per quasi 5000 bottiglie. Da vigne con più di 50 anni ricava l’Ansé, che affina in modo prolungato in acciaio per due anni prima della commercializzazione. Al naso coniuga sia un frutto rosso classico, maturo, di bella impronta dolce e note più ferrose, con sfumature di mandorla e amaretto che poi si ritrovano nel finale al palato, molto tipiche del vitigno. La ricchezza alcolica riesce a trovare un ottimo equilibrio in bocca, con tannini setosi e di bella distensione.

Ca’ Bensi - Dolcetto di Ovada Superiore Moongiardin 2006 - Tagliolo Monferrato

A conduzione famigliare da tre generazioni, Ca’ Bensi custodisce un patrimonio vinicolo di grande pregio, con vecchi impianti risalenti agli anni ’40 del secolo scorso. Il Moongiardin matura per 10 mesi in botti di rovere e affina per altri 6 in bottiglia prima della commercializzazione. Le spezie gentili, un tratto fruttato molto delicato con sfumature di viole appassite e ancora note di amaretto, segnano un quadro olfattivo intrigante, soffuso. Al palato ha polpa e un tannino di bella grana, con un finale sapido particolarmente pronunciato e dinamico.

Castello di Tagliolo - Dolcetto di Ovada La Castagnola 2006 - Tagliolo Monferrato

All’interno della ricca produzione dell’azienda, che ha come emblema e sede il bel castello costruito introno all’anno mille e poi, successivamente, restaurato a fine ‘800, troviamo anche questa versione che proviene dal vigneto la Castagnola, da agricoltura biologica che matura per un anno in barrique. Qui ritroviamo con grande intensità quei tratti ammandorlati, sia al naso che in bocca, che tanto caratterizzano il vitigno, insieme a note ferrose e minerali che arricchiscono lo spettro. Trama tannica viva ma più docile rispetto ad altre interpretazioni, che gioca sul tratto più morbido e gentile che on sull’irruenza fresca e sapida.

Gaggino - Dolcetto di Ovada Superiore 2003 - Sant’Evasio
Nessun cenno di surmaturazione o di ossidazione. Nonostante l’annata complicata, a causa del clima torrido, questa versione dell’azienda Gaggino, che proviene dai migliori vigneti della proprietà dona una fotografia molto interessante del dolcetto di Ovada. Certamente ricco al naso, con note fruttate mature, lascia poi spazio sia al timbro minerale che a quello floreale. Al palato il tannino tiene vivo, con più che discreta grana, un corpo importante, ma al tempo stesso di piacevole dinamicità, con un finale tipicamente ammandorlato e, soprattutto, particolarmente sapido e croccante.

Azienda Agricola La Guardia - Dolcetto di Ovada Superiore Il Gamondino 2000 - Morsasco
Se, come dicono i produttori del cuore storico della produzione ovadese, a Morsasco ci si avvicina verso l’acquese, e quindi verso una dimensione meno strutturata e più profumata del dolcetto, certamente il Gamondino ne è un esempio paradigmatico. Un vero e proprio cru, le cui viti affondano le radici su terreni bianchi, tufacei e le cui rese non superano i 50 quintali per ettaro. Una dimensione molto “femminile”, sfumata, del dolcetto, il cui quadro aromatico si apre su note di piccoli frutti, fini e con cenni floreali ancora nitidi, quasi appassiti. Al palato non ha il corpo e l’irruenza di altri dolcetti di Ovada, né forse l’imperiosa trama sapida, quanto un tratto gentile, delicato, a partire dal tannino, dalla grana sottile e un finale di gran bella freschezza e piacevolezza.

Rossi Contini. Dolcetto di Ovada Superiore Vigneto Ninan 1998 - Ovada

La collina di San Lorenzo è luogo storico per la produzione del dolcetto. Terre bianche, bianchissime, emblema di quel suolo tufaceo ricco di acqua che tanto rende unico il timbro dell’uva da queste parti. Ninan è una parcella di 0,7 ettari con viti di 45 anni, prodotto per la prima volta con la vendemmia 1989. Affina per 18 mesi in botti da 25 ettolitri per una produzione annua di poco superiore le 3000 bottiglie. Granato ancora vivo nel bicchiere, anche dopo ben 15 anni dalla vendemmia, mantiene quel tratto insieme minerale e di erbe aromatiche che lo caratterizza anche nelle versioni più giovani. L’evoluzione, in questo caso, lo ha arricchito con note di amaretto, balsamiche di menta, humus e foglie bagnate, di grade fascino. Al palato il tannino è risolto ma vivo, con una tensione fresca, ma soprattutto sapida di grande razza.

 
CASALE DEL GIGLIO Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Sabato 31 Agosto 2013 08:16

Casale del Giglio
Strada Cisterna-Nettuno Km 13 - 04010 Le Ferriere (LT)
tel +39 06 92902530 - fax +39 06 92900212
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. - www.casaledelgiglio.it

Ettari vitati complessivi: 55
Numero bottiglie prodotte all’anno: 160.000

Come arrivare: Da Roma, S.S. 148 Pontina direzione Latina, uscita Campoverde Nord, quindi seguire i cartelli stradali.
Persona da contattare: Antonio Santarelli, Maddalena Morucci
Orario visite: Dal lunedì al sabato, su appuntamento

Fondata nel 1968 dal dottor Berardino Santarelli, di una famiglia originaria di Amatrice che è nel settore del vino da diverse generazioni, l’azienda è attualmente gestita dal figlio, Antonio Santarelli. Nel 1985 si è deciso di avviare un ambizioso progetto di ricerca e sperimentazione con l’obiettivo di scoprire e valorizzare le potenzialità vitivinicole dell’Agro Pontino, in provincia di Latina, dando vita, con il supporto di un qualificato team di ricercatori universitari, a un progetto di messa a dimora sui propri terreni di più di 50 diversi vitigni, seguiti in un campo sperimentale. Progetto che ha condotto Toni Santarelli alla riconversione di oltre 70 ettari delle proprie colture a tendone dimezzando le rese e moltiplicando la qualità. Sarà interessante ripercorrere le tappe di questa avventura con lui, che si è formato negli Stati Uniti e ha cercato di calare in un contesto agricolo, dove la vigna non ha alcuna tradizione, approcci e modelli di una vitivinicoltura di stile “new world”.


 
GULFI Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Mercoledì 31 Luglio 2013 08:16

Gulfi
Contrada Patria - 97010 Chiaramonte Gulfi (RG)
tel +39 0932 921654 - fax +39 0932 921728
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. - www.gulfi.it

Ettari vitati complessivi: 100
Numero bottiglie prodotte all’anno: 250.000

Come arrivare: SS 514 Catania-Ragusa, uscita allo svincolo di Chiaramonte Gulfi: superato l’abitato di Chiaramonte, proseguire in direzione delle contrade Roccazzo e Patrìa seguendo la segnaletica aziendale.
Persona da contattare: Mario Castagna
Orario visite: Dal lunedì al venerdì: 9-12 e 14-17. Sabato su appuntamento.

Si lascia la statale Catania-Ragusa ed improvvisamente si è proiettati in un’altra dimensione: muretti a secco, campi di papaveri, ulivi secolari. Tre chilometri da percorrere quasi su una macchina del tempo fino ad arrivare alla sede dell’azienda Gulfi. Imprenditore di successo in Brianza, spronato da una passione innata per il vino, Vito Catania è tornato nella sua terra natale, dove ha condotto negli ultimi dieci anni, con la preziosa collaborazione di Salvo Foti, un’impegnativa ricerca volta a selezionare alcuni dei terreni più vocati alla viticoltura nella Sicilia sud-orientale.
Dal 2009 l’azienda si è arricchita della Locanda Gulfi: accanto a sette camere eleganti e confortevoli, un’ampia piscina immersa nel verde offre una vista mozzafiato su un paesaggio piacevole e distensivo. Una menzione speciale va al ristorante, che armonizza i suoi arredi a dominante rossa (come il buon vino e la passione per esso) con un bellissimo affaccio sui vigneti aziendali. La cucina dello chef Carmelo Floridia coniuga eleganza nelle preparazioni a un profondo radicamento territoriale. E i grandi vini di casa Gulfi faranno il resto.


 
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