Ricordando Gino Veronelli.. con Raffaella Bologna Stampa
Scritto da Redazione    Giovedì 05 Maggio 2011 15:30

Conversando con Raffaella Bologna, (azienda Braida, Rocchetta Tanaro)
Rendere omaggio ad aziende che hanno contribuito al rinascimento del vino italiano, significa anche richiamare personalità come quella di Gino Veronelli, che in anni difficili, ha saputo da uomo di cultura e giornalista, raccontare i viticoltori, le loro storie ed aspirazioni e comunicare in modo nuovo e diverso il grande vino italiano e la sua terra. Ecco perché, alla vigilia dell’evento, proponiamo questa breve intervista che racconta una delle tante storie che a Milano potremo evocare.

 

Com’è nato il Vostro rapporto con Gino Veronelli?
Nel marzo del 1971 Luigi Veronelli viene a Rocchetta Tanaro: conosce mio padre Giacomo Bologna, e soprattutto il suo vino e ne nasce un legame di affetto e stima destinato a non interrompersi più.
Dopo la scoperta di Veronelli anche altri giornalisti parlano di Braida e del suo Barbera, oggi conosciuto in tutto il mondo.
Nella nostra famiglia, per mio fratello Beppe e me, Luigi è Gino, “il vangelo”. Oltre che un amico, un uomo colto sarà per noi maestro di vita.


Una riflessione su Gino Veronelli come comunicatore, in rapporto al mondo della comunicazione del vino ai giorni nostri.
Ancora oggi dimostra di essere “il” giornalista: anticipatore, rivoluzionario e raffinato poeta del vino. Mi manca molto e sono lieta di ricordarlo in Wine Story!
Gino non era solo uno scrittore di vino, era un intellettuale a tutti gli effetti: uomo coltissimo, grande polemista, pieno di coraggio e di personalità. Devo dire che nessun altro giornalista ha fatto le cose che Gino ha fatto in cinquant’anni di carriera.

 

Una curiosità, un episodio che ricorda con piacere su Veronelli.
Gino ci faceva sognare, aveva una capacità evocativa che pochi hanno avuto nel mondo del vino, da grande scrittore qual’era.
Una sua frase in particolare mi piace ricordare, riferita a Rocchetta Tanaro:  “ Ti ho visto la prima volta, mille anni fa, al tavolo della tua osteria e subito ho pensato che i contadini mangiano e bevono attenti perché rendono omaggio alla roba e salutano il vino ch’è costato tanta fatica”.
C’è anche un episodio che ricordo con piacere: nella seconda metà degli anni ottanta avevamo organizzato un viaggio alla scoperta del vino sovietico. La meta era la Georgia, dove secondo i documenti storici, mitici e religiosi quelle colline delle strette valli del Caucaso hanno visto l’origine della coltivazione della vite. Fanno parte della brigata, oltre Luigi Veronelli, il sindaco di Rocchetta Tanaro Stefano Icardi, Sergio Manetti dell’azienda Montevertine, Marco Felluga, Albano Zanella e mio papà Giacomo.
Gino scrisse di questa esperienza: “si può imparare anche da quelli che ti sembrano più indietro di te. In Georgia il vino non lo sanno fare, la qualità non interessa, per motivi sociali, di povertà, di organizzazione, ma i loro brindisi, i “caumargiòs”, sono dei capolavori e noi abbiamo tanto da imparare. Ognuno si racconta agli altri, racconta una storia, è come se si confessasse: tutti poi si sentono più liberi e più vicini. Il vino dopo è più buono”.

 

 

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